Mini-lockdown della ristorazione, perdite per 41 miliardi

Mini-lockdown della ristorazione, perdite per 41 miliardi
  •  
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •  
  •  

A causa delle nuove iniziative che hanno limitato l’attività di ristoranti e bar, l’Ismea stima un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa: -48% rispetto allo scorso anno, per perdite complessive di quasi 41 miliardi di euro.

Parallelamente, come accaduto nei mesi passati si prevede una nuova accelerazione degli acquisti presso la distribuzione, moderna e tradizionale che, sempre per il 2020, potrebbe portare a un incremento della spesa domestica pari al +7%, per un valore corrispondente di circa 11,5 miliardi di euro. Il bilancio della spesa finale complessiva per prodotti agroalimentari, tra perdite della ristorazione e guadagni della distribuzione sarà quindi di quasi 30 miliardi di euro in meno (-12%).

Un altro studio di Ismea, condotto per Federalimentare sui bilanci di 6400 imprese dell’alimentare made in Italy, mette in luce comunque prospettive incoraggianti.

Ismea ha analizzato la vulnerabilità alle crisi di uno dei settori più rilevanti per la struttura economica del Paese attraverso l’esame d’indicatori di redditività, solvibilità e solidità finanziaria. Dal report risulta che l’alimentare italiano si dimostra molto dinamico, robusto e resiliente di fronte alle difficoltà: infatti, il 42% delle imprese agroalimentari italiane presenta caratteristiche tali da garantire una buona capacità di tenuta anche in situazioni di crisi shock come quella cui stiamo assistendo. A questo “nocciolo duro”, si affianca un’ampia area produttiva (36%) – definibile come “terra di mezzo” – con qualche problema di liquidità e/o esposizione debitoria che potrebbe degenerare per gli effetti dell’emergenza Covid-19. Più preoccupante la situazione del 21% del campione, “ventre molle” del sistema agroalimentare italiano, con un alto livello di vulnerabilità

A livello settoriale, i comparti con una quota maggiore d’imprese “ad alta resistenza” sono l’industria molitoria (il 63% delle imprese ricade in questa categoria), il settore dei liquori (59%), della cioccolateria e del caffè e tè (entrambi attorno al 53%).

All’opposto, il quadro peggiore si ha nei settori della birra e dell’olio di oliva dove, rispettivamente, il 38% e il 34% delle imprese si colloca nell’area più critica. A contribuire alla capacità di tenuta del sistema è anche la dimensione aziendale: più di un quarto delle imprese fino a 9 dipendenti presenta elementi di vulnerabilità (27%), percentuale che si riduce sensibilmente nelle imprese più grandi, scendendo al 9% in quelle con più di 250 addetti.

Altro segnale confortante viene dalla stima delle differenze nel grado di resistenza alle crisi a livello territoriale; nel Mezzogiorno l’area delle imprese maggiormente robuste è più ampia (45%), sia pur di poco, di quelle del Centro-Nord (42%).

Interessante anche il dato sull’età media delle imprese del campione, che mostra un sistema agroalimentare basato sulla tradizione: in generale, le aziende analizzate hanno una storia di più di una generazione e sono state costituite mediamente da 26,5 anni. Di contro però, sono state le imprese sotto i 5 anni di vita a essere maggiormente interessate da un andamento positivo di fatturato: nonostante le dimensioni economiche ridotte, hanno incrementato i loro ricavi medi di oltre il 30%.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *