E se non riapprovassero il glifosate? I timori dei cerealicoltori siciliani
Entro la fine del 2023 la Commissione Ue dovrà decidere sul destino del glifosate. Ovvero se uno degli erbicidi più usati al mondo e che rappresenta circa il 25% del mercato globale di questi prodotti, potrà essere “riapprovato” e, quindi, ancora utilizzato in agricoltura.
Per la molecola che funziona da erbicida ad ampio spettro, tra le più usate nelle colture agrarie e tra le più messe in discussione, soprattutto dall’opinione pubblica, la “sentenza” si attende entro pochi mesi. Il tempo necessario affinché l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, emetta il proprio parere che è previsto entro luglio prossimo. Nel frattempo, la Commissione europea ha esteso temporaneamente l’autorizzazione all’uso del glifosate sino al 15 dicembre 2023.
Glifosate al centro del dibattito
Com’è noto il glifosate è da diversi anni tempo al centro del dibattito e delle analisi scientifiche perchè ritenuto potenzialmente cancerogeno. Già l’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (Echa) il 30 maggio 2022, sulla base di una nuova valutazione, aveva mantenuto l’attuale classificazione del glifosate confermando che la sostanza è sicura per la salute umana e che soddisfa i criteri di sicurezza fissati dalla normativa europea. L’attesa per il parere dell’Efsa, invece si è allungata e anche il parere dell’Echa potrebbe essere rivisto: senza precedenti il numero di osservazioni e pareri scientifici sull’argomento arrivate in seguito alla consultazione pubblica che si è svolta tra settembre e novembre 2021. La consultazione ha permesso a istituzioni, enti e associazioni di commentare e porre domande sulla valutazione del Gruppo di valutazione del glifosato in cui erano presenti rappresentanti delle autorità regolatorie di Francia, Ungheria, Svezia e Paesi Bassi.
Senza glifosate quanto si produrrà?
Più si avvicina la data della “sentenza” più aumenta la “fibrillazione” delle case produttrici e degli agricoltori. Per questi ultimi, poco tranquillizzanti le previsioni di Aretè. Secondo uno studio economico della società bolognese di ricerca e consulenza per l’agrifood, in Sicilia l’impatto di un’eventuale eliminazione del glifosate sulle rese produttive del frumento duro potrebbe variare dal -15% al -25%. Secondo Alberico Loi che ha illustrato lo studio di Aretè durante un incontro con la stampa a Palermo, la regione subirebbe la seconda maggiore perdita di prodotto in Italia, con una riduzione che si stima compresa tra 71.186 e 118.416 tonnellate di frumento duro (pari – ai prezzi rilevati al 17 maggio scorso – ad un valore economico tra i 24 e i 40 milioni di euro) e una produzione totale in discesa, attestata tra 669.000 e 716.000 tonnellate annue. Per ciò che concerne i costi aggiuntivi per ettaro rispetto alla coltivazione convenzionale con glifosate, sempre per il frumento duro, questi potrebbero arrivare sino a +48,49 euro/tonnellata (+10,4%).
I timori dei cerealicoltori
Terrorismo psicologico o vero pericolo? Di sicuro c’è che molti agricoltori, in assenza di alternative valide all’erbicida in questione capaci di rendere sostenibili le colture (da tutti i punti di vista), temono crolli produttivi.
In Italia l’uso del glifosate nella coltivazione dei cereali è consentito dalla normativa vigente solo in fase di pre-semina e in pre-emergenza. «Come tutte le sostanze usate in agricoltura bisogna rispettare le modalità d’uso consigliate, utilizzare le adeguate attrezzature e se, è il caso, rivolgersi all’agronomo», ha spiegato Maria Pia Piricò titolare dell’azienda agricola Kibbò a Marianopoli (Cl) e vicepresidente regionale di Confagricoltura Sicilia. «Nel caso del glifosate, usando la dose minima richiesta – ha proseguito l’imprenditrice – ho ottenuto buoni risultati produttivi e anche un notevole risparmio di tempo, soldi e lavoro. In assenza di trattamenti erbicidi le numerose lavorazioni del terreno che si sarebbero rese necessarie, poi, si sarebbero tradotte in notevoli emissioni di CO2. In più posso assicurare che il grano prodotto nella mia azienda, e che sottopongo ad analisi, non ha mai presentato residui della molecola in questione. Senza presidi come questo, in certe situazioni, è difficile attuare l’agricoltura di precisione e l’agricoltura 4.0».
Il parere di un chimico
«L’assenza di residui di glifosate nel grano prodotto in Sicilia è presto spiegata: la molecola che viene usato in pre-emergenza, data la sua natura idrofila si scioglie facilmente nell’acqua e si degrada più o meno velocemente in composti intermedi. Dalla semina alla raccolta passa abbastanza tempo perchè il processo si completi», ha spiegato Pellegrino Conte, ordinario di chimica del suolo presso il Dipartimento Saaf dell’Università di Palermo. «A seconda del tipo di suolo, infatti – ha proseguito Conte – sono necessari da 4 giorni a 6 mesi perchè la molecola e i sui composti intermedi di degradazione spariscano completamente dal suolo».
Rischio paradosso
Diversa, invece, la situazione del grano che viene trattato con glifosate in pre-raccolta come avviene in Canada. Lí il rischio di contaminazione della granella è decisamente elevato. Per cui alla fine, economisti, produttori e docenti universitari hanno convenuto che la temuta non riapprovazione del glifosate, combinata con l’assenza di valide alternative capaci di rendere sostenibile ed economica la coltura del grano duro, potrebbe portare a un paradosso. Ovvero che in Italia, in seguito alle minori produzioni nazionali, per soddisfare le necessità dell’industria molitoria e pastaria, si possa fare un ricorso più massiccio proprio al prodotto canadese.
