Grano duro, il Tar blocca Ismea: «Così gli agricoltori restano senza tutele»
Chi certifica il costo di produzione del grano duro? La sentenza del Tar del Lazio dello scorso 21 luglio rischia di riaprire una delle questioni più delicate per la cerealicoltura italiana. Il Tribunale amministrativo ha infatti annullato il provvedimento con cui Ismea aveva avviato il monitoraggio dei costi medi di produzione per il 2025, uno strumento ritenuto essenziale dagli agricoltori per contrastare le pratiche commerciali sleali lungo la filiera.
La decisione del Tar
Il ricorso era stato presentato da quaranta aziende del comparto molitorio insieme a Italmopa. Secondo il Tar (basta cliccare qui per leggere la sentenza) il problema non riguarda l’attendibilità delle elaborazioni di Ismea, ma il fatto che le imprese della trasformazione non siano state coinvolte nella definizione dei costi medi di produzione. Un vizio procedurale che ha portato all’annullamento del provvedimento.
La decisione, tuttavia, apre interrogativi importanti. Il monitoraggio dei costi rappresentava infatti un riferimento oggettivo per verificare il rispetto della direttiva europea contro le pratiche commerciali sleali, recepita in Italia dal Dl 198/2021, che vieta di imporre agli agricoltori prezzi inferiori ai costi di produzione.
Prezzi sempre più bassi
La sentenza arriva in un momento estremamente delicato per il mercato del grano duro. Secondo i dati raccolti, Ismea aveva quantificato in 31,8 euro al quintale il costo medio di produzione nel Sud Italia. Oggi, invece, le quotazioni riconosciute ai produttori si fermano intorno ai 26 euro al quintale e in Sicilia arrivano anche a 24 euro (e anche meno), valori che non coprono i costi sostenuti dalle aziende agricole.
Per i cerealicoltori significa lavorare in perdita, con il rischio concreto di compromettere la sostenibilità economica di un settore strategico per l’agricoltura italiana.
Chi stabilirà adesso i costi?
La sentenza ha acceso anche il dibattito pubblico. Paolo Caruso, amministratore della pagina Facebook “Foodiverso”, si domanda ironicamente e polemicamente se, venuto meno il ruolo di Ismea, il calcolo dei costi di produzione finirà nelle mani degli stessi soggetti industriali interessati al mercato. Per la Confederazione Italiana LiberiAgricoltori Basilicata la faccenda è tragicomica. Sempre su Facebook, in un loro post si legge: “Gli industriali vogliono mettere il naso nel mondo produttivo. Noi, mondo produttivo, non possiamo mettere il naso in quello della trasformazione”. Poi c’è chi sottolinea che, guarda caso, della sentenza del Tar si è saputo subito dopo la riunione del tavolo ministeriale sulla crisi del grano duro che si è tenuto a Roma lo scorso 21 luglio. Sarà un caso?
L’appello della Cia
Cia-Agricoltori Italiani invita a non disperdere il lavoro svolto finora. L’organizzazione chiede a Ismea di adeguare il metodo alle osservazioni del Tar coinvolgendo tutta la filiera perché “non si deve rinunciare a uno strumento considerato fondamentale per garantire trasparenza e tutela dei produttori agricoli”. Per Cia, la filiera grano duro-pasta rappresenta un patrimonio strategico del Made in Italy e necessita di un confronto costruttivo tra agricoltori, industria, stoccatori, distribuzione e ricerca, evitando contrapposizioni che rischiano di indebolire l’intero comparto.
Parole sante, ma chissà se saranno ascoltate. Anche perché chi ha già dato dimostrazione di avere voce in capitolo e di sapere tutelare gli interessi dei propri iscritti “smontando” perfino strumenti che sembrano corretti e trasparenti, non sono di sicuro le associazioni di categoria che rappresentano gli agricoltori.
