Sui fondi della transizione Patuanelli tenta il blitz (ma non gli riesce)

Sui fondi della transizione Patuanelli tenta il blitz (ma non gli riesce)
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Il blitz era nell’aria. Ma per il momento è rimasto congelato. E chissà come sarà contento il ministro Patuanelli quando gli agricoltori del Sud che hanno votato Cinque Stelle, alle prossime elezioni daranno il benservito a lui e a tutto il suo movimento. Troppo arrogante per essere accettata è stata considerata la proposta di “mediazione” sulla ripartizione dei fondi Feasr e del Recovery Fund destinati allo sviluppo rurale, che ieri pomeriggio Patuanelli ha portato in Commissione Politiche Agricole della Conferenza Stato-Regioni.

La proposta elaborata dall’ufficio di gabinetto del ministro, che avrebbe dovuto avvicinare le posizioni tra le regioni del Centro-Nord e le regioni del Sud, ha invece sortito l’effetto opposto, tanto da essere stata sonoramente bocciata dal blocco composto da Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Umbria. Una mazzata che Patuanelli, evidentemente, non aveva messo nel conto e che rischierà di pagare caro il giorno in cui i pentastellati dovranno chiedere di nuovo il consenso agli elettori del Mezzogiorno.

Ma in che cosa consisteva la mediazione auspicata da Patuanelli? La proposta del ministro, almeno nei suoi intendimenti, cercava di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, distinguendo in due anni un differente scenario transitorio: per il 2021, l’adozione di una ripartizione tra le regioni dello stanziamento annuale con l’adozione per il 70% del criterio storico e per il 30% dei nuovi criteri oggettivi. Per il 2022, invece, l’adozione dello stesso meccanismo ma a proporzioni invertite. Dall’importo totale assegnato all’Italia, inoltre, la proposta Patuanelli prevedeva lo scorporo dei circa 450 milioni riservati agli interventi nazionali: 349 milioni per la gestione del rischio, 91 milioni per una nuova misura ambientale e 8 milioni per la Rete Rurale Nazionale.

I conti sono presto fatti. Il via libera a questa proposta, si sarebbe tradotto per la Sicilia in un taglio oscillante tra il 20 e il 25%. Ovvero, ad occhio e croce, in 150 milioni di euro in meno da spendere per la prosecuzione del Psr 2014-2020. Un vero furto con destrezza da parte delle regioni del Nord, insomma.

Per il ministero e per Patuanelli in primis, l’incontro di ieri s’è quindi tradotto in un clamoroso flop. La spaccatura tra Centro-Nord e Sud è rimasta tutta. Anzi, se è possibile, i contrasti si sono acuiti ancor di più, anche perché questa dei fondi europei viene ormai ritenuta dagli agricoltori del Sud la “madre di tutte le battaglie”.

La Sicilia, così come anche le altre regioni meridionali, non ci sta a farsi scippare. In Commissione Politiche Agricole è stato ricordato che i fondi Feasr del secondo pilastro – così è scritto nei regolamenti comunitari – sono finalizzati a colmare il ritardo di sviluppo. E analoga è la destinazione del Recovery Fund. Tant’è che nella ripartizione del fondo per l’emergenza, l’Italia ha beneficiato di uno stanziamento consistente, proprio per via del diffuso sottosviluppo delle regioni meridionali. 

Dal Sud, la risposta a Patuanelli e al suo staff è arrivata chiara: al di là dei risvolti economici, la proposta è irricevibile dato che non rispetta le norme europee. Portare avanti idee che oltre a spaccare il Paese, verrebbero poi contestate in sede comunitaria, lascia davvero perplessi. Intanto, come si direbbe in gergo calcistico, la partita è bloccata. E Patuanelli sembra un arbitro a cui la gara è sfuggita di mano dopo appena dieci minuti di gioco.

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