80 milioni di euro per fronteggiare la crisi del grano duro siciliano. Basteranno?
La Sicilia del grano duro non ce la fa davvero più. Stressata, prima da anni di siccità e rese bassissime, adesso da prezzi in picchiata che non coprono più nemmeno i costi di produzione. Per questo lo scorso 7 luglio l’assessore Sammartino ha convocato le organizzazioni professionali agricole (Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Copagri), altre associazioni di agricoltori e le centrali cooperative. Il primo davvero “plurale” per discutere i reali e contingenti problemi dell’agricoltura e non delle critiche ai bandi del Complemento di programmazione regionale per lo sviluppo rurale 2023-2027. Motivo dell’incontro? Il governo regionale ha intenzione di mettere nel piatto ottanta milioni di euro per finanziare interventi mirati al comparto in grave sofferenza. E la presenza di Gaspare Vitrano, presidente della Commissione Attività Produttive dell’Ars, è da leggere come un segnale di attenzione anche da parte di chi le norme proposte dal governo poi deve votarle.
A parte le divertenti dichiarazioni di chi vuole intestarsi il successo politico di essere riuscito a fare convocare il vertice, appare chiaro, finalmente, che l’agricoltura siciliana – in assenza di una visione strategica di politica agraria – sta pericolosamente scivolando verso un punto di non ritorno. Appena una settimana prima, a precedere iI vertice “plenario”, l’evento organizzato da Coldiretti Sicilia che, davanti a centinaia di iscritti provenienti da tutta l’isola alle ex Officine Sandron di Palermo, ha invitato alcuni capigruppo dell’Assemblea Regionale per “impegnarli” a sostenere e, soprattutto a non ostacolare una norma finanziaria finalizzata a sostenere i comparti agricoli in crisi.
La crisi del comparto della durogranicoltura è oramai è conclamata. Il prezzo di vendita del frumento – anche quello migliore – è scivolato ai minimi storici mentre i prezzi dei fattori della produzione – gasolio e fertilizzanti in testa – galoppano ai ritmi delle guerre che incendiano una parte del pianeta. Con prezzi che si aggirano su 24 centesimi al chilogrammo – ma si sono sentiti prezzi anche più bassi tra 19 e 20 centesimi al chilo – non si sta dentro i costi che i tecnici hanno quantificato in 318 euro a tonnellata. E non basta più nemmeno l’aiuto al reddito previsto dalla Ue nell’ambito della Pac ad assicurare margini di manovra agli agricoltori siciliani che usano anche queste risorse per coprire le spese. A rischio, insomma, ci sono quelle 420 mila tonnellate di frumento che, in teoria, sarebbero più che sufficienti a coprire il fabbisogno dell’Isola che si attesta, ad occhio e croce, su 200 mila tonnellate.
La proposta dell’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino per far fronte alla crisi del grano duro siciliano è uno stanziamento di 80 milioni di euro in tre anni. Per metà da utilizzare già nel 2026 per aiuti diretti finalizzati a coprire lo squilibrio tra prezzi e costi di produzione. Il resto, suddiviso tra il 2027 e il 2028, per finanziare azioni strutturali a lungo termine, ancora da programmare. Tema che sarà affrontato da tavoli tecnici ad hoc dopo la pausa estiva.
E fin qui gli stanziamenti complessivi. Disponibili solo a condizione che l’Ars approvi la variazione di bilancio (rinviata oramai a settembre) e che questa li contempli. Cosa che, con l’aria che tira all’Ars, non si può dare per scontata. Da qui l’appello delle organizzazioni professionali agricole all’intero Parlamento siciliano: “Bisogna accelerare l’approvazione delle variazioni di bilancio necessarie per rendere questi fondi immediatamente esecutivi e sbloccare gli aiuti destinati agli agricoltori”. “Quando i ricavi scendono al di sotto dei costi di produzione e ciò accade per diversi anni – ammonisce Graziano Scardino, presidente di Cia Sicilia – i terreni vengono abbandonati. I ristori agli agricoltori sono necessari ma, al contempo e per gli anni a venire, sono indispensabili i controlli lungo la filiera: esigiamo che il grano importato abbia le stesse caratteristiche organolettiche, di qualità e di salubrità di quello che produciamo in Sicilia”.
Sul “quantum” dell’aiuto che si configurerebbe come aiuto di Stato e su come giustificarlo agli uffici di Bruxelles non è stato ancora detto nulla. Per l’erogazione dei ristori, ad esempio, Confagricoltura Sicilia ha indicato il criterio già sperimentato con la misura 23 del Psr Sicilia 2014-2022 in grado di garantire tempi celeri nell’erogazione dei sostegni. Spiega il presidente Rosario Marchese Ragona: “La soluzione sarebbe un contributo commisurato alla superficie e riconosciuto sulla base della domanda Pac, così da non ingolfare gli uffici né gravare le aziende di nuova burocrazia”. L’analogia può essere tirata in ballo sulle modalità di erogazione, ma mal si adatta al caso di oggi visto che gli aiuti contemplati dalla misura 23 del 2025 erano giustificati dalla calamità naturali (leggasi siccità).
L’aiuto ad ettaro, però, da solo non basta a tirare fuori dalle secche i cerealicoltori siciliani. All’assessore Sammartino, Confagricoltura ha chiesto anche il rafforzamento dei controlli sulle importazioni del grano, e sistemi capaci di assicurare sia al prodotto estero che a quello nostrano tracciabilità chiara e precisa.
Ma la partita vera per il comparto si gioca sulle azioni di prospettiva capaci di incidere sulla crisi strutturale. Due, per Confagricoltura Sicilia, le direttrici da sviluppare: il ripristino dell’ammasso del grano siciliano, storica misura di tutela della produzione dell’Isola, e un marchio per la pasta ottenuta da grano siciliano, capace di darle un’identità certificata. Che in parole povere si traduce nella Dop Pasta Siciliana: dossier già pronto che per la trasmissione a Bruxelles attende solo l’ok ministeriale. C’è poi chi, come Copagri, che segnala la necessità di “un’attenzione particolare alle aree interne, dalle Madonie all’Ennese, dove il grano duro non ha alternative colturali e tiene in piedi il presidio del territorio” insistendo sull’applicazione del decreto legislativo 198 del 2021 contro le pratiche sleali con i prezzi rilevati dalla Cun (Commissione Unica nazionale) come parametro di riferimento.
Il piano Coldiretti che era stato presentato alla kermesse palermitana del 1o luglio è simile a quello dell’assessore ma con qualche decina di milioni di euro in più: stanziamento di 50 milioni di euro nel 2026 per i ristori immediati agli agricoltori, 30 milioni nel 2027 e ulteriori 20 milioni nel 2028 per il rafforzamento della filiera, la certificazione di qualità e gli interventi di valorizzazione del grano duro siciliano. Non si è scesi però nel dettaglio, soprattutto su come giustificare i ristori immediati. Dai vertici di Coldiretti Sicilia, poi, un appello-monito a combattere con determinazione la piaga dell’abbandono: la speculazione che costringe gli agricoltori a vendere il grano siciliano a meno di 20 centesimi al chilo, li porta a rinunciare a coltivare i campi, da qui spazio agli incendi e a distese di pannelli fotovoltaici.
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