In.Mi.Qu.Oil, il progetto per migliorare la qualità della filiera olivicola
Un modello produttivo tecnologicamente avanzato grazie al quale migliorare la qualità della filiera olivicola. È l’obiettivo del progetto In.Mi.Qu.Oil, finanziato dal Psr Sicilia 2014-2022 con la Sottomisura 16.2 “Sostegno a progetti pilota e allo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie” i cui risultati di metà percorso sono stati illustrati nei giorni scorsi durante un seminario che si è svolto a Catania, in occasione di Mediterraria Expo Bio & Excellences.
Il progetto spazia in diversi ambiti della filiera: dall’utilizzo di tecniche razionali di gestione della chioma per oliveti tradizionali alla difesa fitosanitaria sostenibile, dall’innovazione di processo nella fase di trasformazione del prodotto all’attività di gestione dei dati.
Il partneriato di In.Mi.Qu.Oil
Il progetto può contare sul supporto scientifico del Crea (Centro di ricerca olivicoltura, frutticoltura e agrumicoltura) e di un ricco partneriato di aziende di cui fanno parte: ossia Frantoi Cutrera srl (capofila di progetto), Società agricola Cutrera Giovanni di Salvatore Cutrera & C.S.S., azienda agricola Cinque Colli di Giaquinta Sebastiano, Tenuta Iemolo Az.Agricola di Iemolo Thierry, La Via Giovanni, Stella Anna, Società Cooperativa agricola Produttori Olivicoli e Tenuta Cavasecca Società Semplice Agricola.
Un forte legame con il territorio
Ad illustrare il progetto nel corso del seminario, moderato da Giuseppe Spina, responsabile di In.Mi.Qu.Oil, è stata Flora V. Romeo del Crea di Acireale, la quale ha evidenziato il forte legame che unisce il progetto al territorio. Diversi i punti di forza del progetto, secondo la ricercatrice del Crea di Acireale: la presenza di aree vocate, l’elevata composizione varietale, la produzione di qualità, l’elevata potenzialità di differenziazione delle produzioni e la valenza multifunzionale della coltivazione dell’ulivo (ambientale, paesaggistico, storico-culturale e antropologico).
«Tra gli obiettivi del progetto – ha ricordato la referente del Crea – c’è la definizione alcune tecniche razionali di gestione della chioma per gli oliveti tradizionali, di mettere a punto un sistema di difesa sostenibile attraverso il monitoraggio dello stato fitosanitario delle coltivazioni e, per quanto riguarda la produzione, c’è, poi l’obiettivo importantissimo di attuare alcune innovazioni di processo nella fase di trasformazione: serviranno a rinnovare il comparto grazie all’ottenimento di prodotti caratterizzati da massima qualità e tracciabilità».
Sul fronte della trasformazione si sta operando per l’ottimizzazione di tecnologie ad ultrasuoni capaci di aumentare la resa. Ma c’è anche la realizzazione di un sistema di tracciamento del prodotto dal campo al consumatore grazie allo sviluppo di specifici disciplinari di produzione e tecniche di indagine innovative che consentiranno di ottenere il fingerprinting – una vera e propria carta d’identità genetica individuata grazie allo studio del Dna – del prodotto siciliano. «Siamo già a metà del progetto – ha detto Romeo – e ci aspetta ancora un altro anno circa di lavoro per effettuare una terza campionatura di olive. Abbiamo già un enorme base di dati sia chimici che sensoriali e non da ultimo la piattaforma Agricolus messa a disposizione dallo studio di consulenza Sata che ci permette di avere moltissimi dati su cui lavorare. Stiamo ora cercando di trarre le prime valutazioni sulla base dei dati preliminari e di quelli di quest’anno. L’ultima annata sarà quella di conferma e ci consentirà di capire come procedere per risolvere quelle problematiche che possono insorgere negli oliveti e nei frantoi».
«Negli ultimi anni, in olivicoltura – ha aggiunto Giuseppe Cicero, Innovation Broker, che si occupa del coordinamento tra le aziende del partenariato e il Crea – è stato stravolto il concetto di nutrimento della terra. Ormai non si guarda più alla chioma ma al terreno per sapere che tipo di infestanti ci sono. Inoltre, si parla sempre più di microbiomi, si lavora con un diverso approccio per il contenimento dei fitofagi puntando al minore uso di molecole chimiche. Poi sul fronte della trasformazione, con l’uso degli ultrasuoni, si sta assistendo ad una vera e propria rivoluzione nel sistema di estrazione».
Oliveti superintensivi? Non dappertutto
Sulle innovazioni delle tecniche colturali i ricercatori vanno cauti. Tra questi Filippo Ferlito del Crea, che in merito all’innovazione colturale ha evidenziato come oggi la coltivazione tradizionale dell’olivo si trovi a dover competere con sistemi più intensivi e come allo stesso tempo occorra fare i conti con i cambiamenti climatici. «Non si può prescindere dalle esigenze del territorio. Per le aziende che fanno parte del progetto, ad esempio – ha spiegato Ferlito – è impossibile l’adozione di un sistema di coltivazione super intensivo, mentre sarebbe utile il ripopolamento ottimale partendo da una gestione razionale della chioma e del suolo con una predisposizione alla meccanizzazione per il pieno sfruttamento delle loro potenzialità produttive».
Cambiamenti climatici e agricoltura di precisione
Il progetto In.Mi.Qu.Oil non sottovaluta anche gli effetti dei cambiamenti climatici sulla coltura dell’olivo. Veronica Vizzari del Crea di Rende ha spiegato: «Li viviamo tutti i giorni: essi influenzano i cicli biologici dei patogeni che popolano gli uliveti. E c’è pure da considerare che le diverse temperature possono influenzare la degradazione delle molecole chimiche che usiamo in agricoltura». Una cosa è poi emersa durante il seminario: il comparto olivicolo sconta un ritardo storico nell’aggiornamento tecnologico complessivo. «Per far fronte a questa nuova situazione – ha osservato la ricercatrice di Rende – serve un’agricoltura di precisione e da qui si comprende l’importanza della ricerca. Abbiamo bisogno di sviluppare banche dati e modelli previsionali calibrati su dati affidabili che scaturiscano da protocolli di monitoraggio standardizzati, poco diffusi oggi per le patologie dell’olivo. Occorre puntare su tecniche innovative per la difesa fitosanitaria: utili la lotta biotecnica per il controllo della mosca dell’olivo e la lotta con sostanze repellenti come il caolino, senza dimenticare la lotta chimica con principi attivi registrati per l’olivo (acetamiprid, flupyradifurone e fosmet)».
E infine, ma non per ordine di importanza, è stato anche sottolineato come sia importante lavorare nell’ambito della salvaguardia e della valorizzare della biodiversità e del miglioramento della coltivazione delle varietà autoctone.
