Bioingegneria del suolo, importante l’origine del materiale di riproduzione

Bioingegneria del suolo, importante l’origine del materiale di riproduzione

di Gianniantonio Domina1, Antonio Giovino2

Negli ultimi anni viene rivolta maggiore attenzione alle opere di bioingegneria ovvero di restauro naturalistico ed ambientale e un numero crescente di interventi viene realizzato sia in aree protette che in aree non vincolate. La sensibilità dei legislatori e dei progettisti ha fatto sì che buona parte degli interventi oggi venga progettato e realizzato con specie autoctone, e che diversi interventi realizzati fino a 30 anni fa con l’ausilio di specie esotiche vengano oggi riconvertiti con specie indigene.

Resta però il problema dell’identità genetica del materiale da impiegare per gli interventi. È palese, infatti, la motivazione che induce ad evitare l’utilizzo di materiale di dubbia origine o proveniente da regioni lontane da quelle d’intervento: serve ad evitare fenomeni di inquinamento genetico. Ma non è sempre facile scegliere tra le diverse provenienze locali suscettibili di essere usate come origine. Per operare una scelta consapevole dovrebbero essere prese in considerazione le dinamiche riproduttive delle specie che si decide di impiegare.

Specie a distribuzione europea quali Fraxinus excelsior L. hanno areali continui all’interno dei quali si osserva un “cline” di variazione da Nord a Sud o da Est ad Ovest. Questo fenomeno si osserva anche per specie di ambienti sabbiosi costieri che si riproducono per seme senza che questo abbia particolari modalità di dispersione a lunga distanza come ad esempio. Matthiola tricuspidata (L.) W.T.Aiton. Per queste è sufficiente cercare come origine del materiale di riproduzione nellle località più vicine a quelle dell’intervento.

Altre specie delle spiagge come Pancratium maritimum L. si affidano all’idrocoria per la dispersione a lunga distanza. In questo caso è stata osservata una variazione dispersa della variabilità genetica tra le popolazioni. Tale distribuzione è dovuta alle correnti marine ed ha portato ad avere spesso popolazioni limitrofe geograficamente ma geneticamente distanti. Per queste specie è richiesto un maggiore studio delle dinamiche riproduttive per la scelta del materiale più idoneo.

Alcune specie delle rupi marittime quali Matthiola incana (L.) W.T.Aiton mostrano una limitata variabilità genetica inter-popolazionale, probabilmente dovuta a fenomeni di estrema riduzione numerica e successivo aumento demografico (collo di bottiglia). Per queste è meno pressante la necessità di disporre di materiale locale.

Le popolazioni di specie che usano modalità di riproduzione a breve distanza (es. Dianthus rupicola Biv.) e che crescono sulle isole mostrano ridotta variabilità genetica intrapopolazionale ma, nel tempo si sono differenziate dalle popolazioni della terraferma dalle quali si sono separate. Simile comportamento si osserva per specie quali Centaurea gr. incana le cui popolazioni hanno subito frammentazione e conseguente isolamento geografico. Per gli interventi con queste specie è quindi consigliabile, quando possibile, l’impiego di materiale riproduttivo ottenuto a partire dalle stesse popolazioni che si intende impiegare.

Da quanto visto sopra se ne desume l’importanza non solo di usare materiale locale, ma anche geneticamente prossimo a quello delle aree vicine a quelle degli interventi. Per fare ciò è indispensabile conoscere le dinamiche riproduttive delle singole specie che si decide d’impiegare nelle opere di restauro ambientale. La disponibilità di materiale idoneo richiede inoltre, l’impiego di vivai locali, anche temporanei, per la produzione pianificata del materiale da impiegare. Il materiale riproduttivo da impiegare può consistere in semi, o talee o si può ricorrere alla micropropagazione per le specie presenti in un numero limitato di individui per i quali la raccolta di semi o grosse porzioni di pianta costituirebbe un depauperamento delle limitate riserve ancora presenti in natura. 

Tutti questi indirizzi potrebbero essere visti come un ulteriore ostacolo alle opere di rinaturalizzazione, in realtà conferiscono maggiore possibilità di successo. L’impiego di popolazioni meglio acclimatate alle condizioni ambientali d’intervento, meglio se appartenenti a specie geneticamente omogenee, semplificano l’approvvigionamento di materiale riproduttivo.

1Department SAAF, University of Palermo, via Archirafi 38, 90123 Palermo, Italy. Email: gianniantonio.domina@unipa.it

2Council for Agricultural Research and Economics (CREA) – Research Centre for Plant Protection and Certification (CREA-DC), S.S. 113 Km 245,5, 90011 – Bagheria (PA), Italy. E-mail: antonio.giovino@crea.gov.it

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