Fondi Feasr della transizione, per la ripartizione ancora una fumata nera

Fondi Feasr della transizione, per la ripartizione ancora una fumata nera
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Un’altra fumata nera, un’altro tentativo di accordo andato a vuoto. Neanche lo scorso 4 febbraio, infatti, è stato possibile trovare un’intesa tra le Regioni che definisca i criteri di riparto dei fondi Feasr 2021-2022 destinati ai Piani di Sviluppo rurale per il periodo di transizione. Nella sessione congiunta in cui si sono riunite la Commissione Politiche Agricole e quella Affari Finanziari, le Regioni sono rimaste su posizioni troppo distanti per potere condividere un documento unanime.

Inutile, dunque, anche il supplemento d’istruttoria concordato a fine dicembre: troppo ampia la distanza tra le due posizioni contrapposte, quella sostenuta prima dalla Sicilia e successivamente anche dalle regioni del Sud e dall’Umbria e quella condivisa dalle regioni del Nord.

Ma ricapitoliamo la querelle. La prima posizione – quella cioè condivisa da Sicilia, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Umbria – si richiama al mantenimento dei criteri storici anche per gli anni 2021-2022, e si basa sull’interpretazione che le due annualità in questione rappresentano una proroga della precedente programmazione e non già una “nuova programmazione”. Pertanto, l’accordo politico assunto nel 2014 in Conferenza, relativo alla rivisitazione dei criteri, dovrebbe essere inteso a partire dal 2023, impegno sul quale le Regioni in questione hanno già manifestato la loro disponibilità.

La seconda posizione – condivisa da tredici Regioni oltre alle Province autonome di Trento e Bolzano – prevede il superamento dei criteri storici. Anche loro fanno riferimento all’accordo politico assunto nel 2014 in Conferenza Stato-Regioni, ma intendono il periodo 2021-2027 come una “nuova programmazione”. Secondo questo schieramento i nuovi criteri di ripartizione dovrebbero poggiare su cinque parametri, a cui assegnare diversa ponderazione: 1) valore della Plv secondo i dati Istat del triennio 2015-2017 (ponderazione del 15%); 2) valore della Sau secondo i dati Istat 2016, che inciderebbe per il 25%; 3) numero delle aziende agricole sempre secondo il rapporto Istat 2016, con ponderazione pari al 25%; 4) superficie forestale secondo Ifn 2016, con ponderazione al 25%; 5) popolazione nelle aree rurali C e D, che peserebbe sulla formazione dell’indice di riparto per il 10%.

Adottando questa nuova modalità di calcolo, saremmo di fronte a una vera e propria rivoluzione e ci sarebbero regioni (Campania e Sicilia su tutte), che subirebbero un taglio di oltre cento milioni in due anni.

Per mitigare questi effetti devastanti e compensare le ingenti perdite o i forti incrementi, le Regioni del Nord hanno proposto di adottare un’aliquota compensativa (ancora da definire) da applicare nei Psr con dotazione individuale superiore al 2% delle risorse Feasr.

C’è stato, è vero, lo scorso 4 febbraio un tentativo di mediazione operato daIla Commissione Affari Finanziari, ma non è servito a nulla: impossibile smuovere dalle proprie posizioni gli assessori all’agricoltura: né gli assessori “innovatori” che chiedono di cambiare totalmente i criteri di ripartizione in barba alle decisioni già adottate a livello europeo (nel periodo di transizione i Psr vengono in sostanza prorogati e i fondi assegnati di conseguenza), né quelli convinti assertori del metodo storico.

La proposta di mediazione lanciata sul tavolo della trattativa consisteva nell’attribuire il peso del 70% ai nuovi criteri e del 30% al criterio storico. In più era stata proposta la creazione di un fondo di riequilibrio, in percentuale da definire, da utilizzare per compensare le Regioni maggiormente penalizzate.

E adesso, quindi, quale altro scenario si presenterà? Il Coordinatore della Commissione Affari Finanziari elaborerà una proposta di mediazione che tenga conto delle posizioni espresse nel corso della riunione dalla maggioranza delle Regioni e Province Autonome. Pare esclusa la possibilità di rimettere la questione al Ministero per incapacità delle Regioni di trovare una sintesi poiché, ha sostenuto il Coordinatore della Commissione Affari Finanziari, “ciò costituirebbe una forte incoerenza rispetto al ruolo propositivo da sempre rivendicato dalle Regioni in relazione alle proprie competenze”. La nuova proposta di mediazione sarà inviata alla Commissione Politiche Agricole che deciderà, eventualmente, di riconvocarsi nuovamente prima della prossima Conferenza. Si cercherà, insomma, fino alla fine di raggiungere una posizione unanime. Ma volendo essere realistici, già fin d’ora è contemplata l’ipotesi di riproporre le due posizioni all’attenzione dei Presidenti delle Regioni, che in qualche modo dovranno prendere una decisione. Decisione che non sarà presa a cuor leggero, dato che appare scontata il no deciso della Sicilia, non disponibile a farsi scippare 140 milioni di euro.

Questa volta la Sicilia, perfino da sola, sarebbe nelle condizioni di fare saltare il banco. Non ha dubbi Toni Scilla, assessore all’agricoltura della Regione Siciliana solo da un mese, ma già ferrato sull’argomento: «Alla luce della normativa comunitaria vigente, il modello di riparto già utilizzato nella prima parte della corrente programmazione, quella 2014/20, deve estendersi per il biennio aggiuntivo 2020/21. Lo prevede il regolamento comunitario che regola la transizione della Pac e che è stato approvato lo scorso 16 dicembre». Una cosa è certa: la Regione Siciliana non intende rinunciare neanche a un centesimo dei fondi della transizione con i quali già pensava di emettere nuovi bandi e di fare scorrere le graduatorie del Psr. La strada però, appare decisamente in salita.

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