Nerello mascalese e Metodo Classico per gli spumanti dell’Etna
Sull’Etna spumanti sì, ma presto si potranno fare solo seguendo il Metodo Classico. Lo ha deciso nel luglio scorso l’assemblea del Consorzio di Tutela della Doc Etna. Per rendere operativa la decisione bisogna aspettare che si concluda l’iter previsto per il cambio del disciplinare. Iter che è già iniziato con la richiesta di modifica inviata all’assessorato regionale all’Agricoltura e sul cui sito è stato pubblicato tutto il dossier.
La scelta di limitare al Metodo Classico la produzione dello spumante Etna (in bianco o rosato) ha una duplice motivazione. La prima è determinata dalla volontà dei vignaioli etnei di voler continuare a perseguire la strada della qualità, la seconda è legata alla tradizione.
Il numero di produttori che imbottigliano e commercializzano spumanti Etna Doc nel corso degli anni è cresciuto e oggi conta 16 realtà per un totale per l’anno in corso di più di 160 mila bottiglie, oltre 30% in più rispetto al 2019.
«La produzione di spumanti Metodo Classico sull’Etna, sebbene sia stata introdotta nel disciplinare di produzione solo a partire dal 2011, vanta antiche radici», spiega Antonio Benanti, presidente del Consorzio di Tutela Vini Etna Doc. Fu infatti il Barone Spitaleri, a fine ‘800, a intuire per primo le potenzialità del territorio etneo per la produzione di vini rifermentati in bottiglia. «Quei primi esperimenti – prosegue Benanti – avevano ovviamente come punto di riferimento i cugini d’Oltralpe nella scelta del vitigno da utilizzare. Bisognerà aspettare la fine degli anni ’80 del secolo scorso per cominciare a vedere fiorire i primi pioneristici esempi di spumanti autoctoni grazie all’utilizzo del Nerello Mascalese».

Il disciplinare di produzione Etna Doc consente la produzione della tipologia “Spumante” nelle versioni “vinificato in bianco” e “rosato”, con una permanenza sui lieviti di almeno 18 mesi. Tra le modifiche apportate al disciplinare dalla base sociale del Consorzio di tutela anche l’aumento dal 60% all’80% dell’utilizzo del Nerello Mascalese. Scelta motivata dalla volontà di voler legare ancor di più questa tipologia di vino ad uno dei vitigni autoctoni più rappresentativi del territorio e che ben si prestano alla spumantizzazione.
Ma cosa distingue uno spumante Etna Doc? «Prima di tutto bisogna prendere in considerazione le peculiarità del Nerello Mascalese, uva dalla spiccata vocazione ad essere utilizzata anche come base spumante», spiega Michele Scammacca, produttore e pioniere dello spumante Metodo Classico da Nerello Mascalese.
Il Nerello mascalese, antico vitigno autoctono che si presume sia originario della Contea di Mascali, è il più diffuso alle pendici dell’Etna e possiede alcune caratteristiche che lo rendono ideale anche per la spumantizzazione, a partire dal buon livello di acidità e dalla bassa concentrazione del colore. «Sono due caratteristiche molto importanti – aggiunge Scammacca – che consentono di ottenere vini spumanti eleganti, minerali, in cui emerge il territorio di origine. Inoltre, nelle annate migliori, mostra una notevole vocazione alla longevità: la prolungata sosta sui lieviti riesce a regalare spumanti di notevole complessità e profondità».
Il Consorzio di Tutela Vini Etna Doc sta, inoltre, valutando la possibilità di inserire all’interno del disciplinare di produzione per la tipologia dei vini spumante anche il vitigno Carricante, una nobile uva autoctona a bacca bianca del territorio etneo, già utilizzata come base spumante da molti produttori proprio perchè dotata di caratteristiche ideali per la produzione di spumanti Metodo Classico.
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