Archeologi e scienziati d’accordo: la viticoltura italiana è nata in Sicilia
Dove è nata la viticoltura italiana? Qual è la regione che può vantare in termini storici ma anche scientifici il primato di essere stata la “culla” italiana del prezioso nettare degli dei? Gli esperti non hanno dubbi: è la Sicilia la regione dove si sarebbe già cominciato a coltivare la vite circa 5500 anni fa, in un periodo quindi corrispondente all’età del rame. A supportare questa ipotesi, il ritrovamento da parte di alcuni studiosi di anfore con residui di vino nel sito archeologico del monte Kronio, nei pressi di Agrigento.
Fin qui la ricerca degli archeologi. Adesso, ad avvalorare le tesi degli studiosi dell’antichità c’è una ricerca scientifica pubblicata di recente dalla rivista Frontiers in Plant Science, una pubblicazione internazionale diretta da Joshua Heazlewood che copre tutti gli aspetti della botanica. Lo studio è stato condotto in Italia da Francesco Carimi e Roberto De Michele, due ricercatori palermitani dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse (Ibbr) del Cnr. La ricerca, iniziata tredici anni fa, è stata finanziata dalla Regione siciliana con fondi europei e ha riguardato l’analisi di circa 2000 vitigni tra selvatici e coltivati e i relativi profili genetici (295). I risultati sono stati confrontati con quelli di circa 1500 viti euroasiatiche. Così è stato possibile ricostruire la nascita, la storia e l’evoluzione della vite in Italia, con particolare riferimento alle aree vitate del Mezzogiorno.
Per potere valutare le connessioni e i legami tra i vitigni indigeni selvatici e le varietà coltivate in tutto il territorio siciliano, isole minori comprese, gli studiosi del Cnr hanno preso in esame 170 varietà coltivate e 125 selvatiche presenti in Sicilia. Mettendo a confronto i profili genetici di queste varietà con quelli di 1500 viti euroasiatiche si è osservato che esiste una netta separazione genetica tra le viti siciliane e tutte le altre, mentre strette affinità si sono trovate tra i vitigni siciliani e dell’Italia meridionale oggi coltivati e le popolazioni spontanee dell’isola.
Da qui la tesi che, supportando quanto già sostenuto dagli archeologi, i vitigni coltivati in Sicilia non derivino affatto da varietà di origine mediorientale; anzi, le cosiddette “varietà spontanee” avrebbero contribuito allo sviluppo di varietà coltivate in Sicilia, le stesse che poi si sarebbero diffuse nel meridione d’Italia.
