Biologico: ok dalle Regioni a deroga su limiti dei residui di acido fosfonico
Fosfonati ammessi in quantità maggiori nei prodotti bio. Il limite dei residui di acido fosfonico (sali dell’acido fosforoso) passa a 0,5 mg/Kg negli ortaggi e a 0,1 mg/Kg nella frutta.
La deroga al rialzo varrà due anni, cioè fino al 31 dicembre 2022, e nel caso del vino riguarda l’acido etilfosfonico che si forma spontaneamente durante il processo di trasformazione e che nei vini bio potrà essere presente fino a 0,05 mg/Kg.
Al fine di incentivare l’agricoltura biologica, il periodo di transizione sarà applicabile anche alle aziende che si saranno convertite al biologico successivamente all’emanazione del decreto.
Lo stabilisce un decreto ministeriale di prossima pubblicazione a cui è stato dato il via libera nell’ultima seduta della Conferenza Stato Regioni.
Il testo della norma va ad integrare il decreto ministeriale 309/2011 dove sono stati stabiliti i limiti massimi di residui di sostanze non ammesse in agricoltura biologica, oltre il quale il prodotto contaminato non può essere commercializzato come “biologico”.
Il decreto del 2011, con riferimento ai prodotti fitosanitari non presenti nell’allegato II del Regolamento Ue n. 889/2008, aveva fissato a 0,01 mg/kg il limite inferiore, inteso come “soglia numerica” al di sopra della quale non si può concedere la certificazione di prodotto biologico, anche in caso di contaminazione accidentale e tecnicamente inevitabile, a meno che non siano previsti limiti inferiori dalla legislazione applicabile per particolari categorie di prodotto.
«Poiché in base ai metodi di analisi più utilizzati nel settore questo valore risulta difficilmente applicabile nel caso di acido fosfonico, – spiega Giuseppe L’Abbate, Sottosegretario alle Politiche Agricole – è stato opportuno prevedere una deroga alla precedente disposizione. Alla luce delle indicazioni fornite dal Crea e con un attento confronto tecnico poniamo fine ad una controversa situazione su cui si ingeneravano numerosi falsi positivi e che rischiava, di fatto, di penalizzare le nostre imprese biologiche, rendendo vani i loro sforzi».
«Attraverso il confronto tra gestione integrata e gestione biologica – aggiunge Alessandra Trinchera, ricercatrice del Crea Agricoltura e Ambiente – abbiamo verificato che il fosfonato non viene mai prodotto spontaneamente dalla pianta, ma deriva esclusivamente da apporti esterni, spesso involontari, a causa dell’uso di mezzi tecnici (fertilizzanti e prodotti a base di rame) ammessi in biologico, ma contaminati da fosfonato. Attraverso uno studio sistemico sugli alberi da frutto, abbiamo dimostrato che gli organi legnosi sono in grado di “stoccare” il fosfonato, inducendo così una contaminazione a lungo termine negli anni successivi. Per il vino, è stato evidenziato come alcuni coadiuvanti enologici possano talora contenere fosfiti, in grado di indurre alla successiva contaminazione del vino biologico, nonché alla formazione di acido etil-fosfonico durante il processo di vinificazione».
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