Nuove norme Ue per gli imballaggi, le associazioni levano gli scudi

Nuove norme Ue per gli imballaggi, le associazioni levano gli scudi

Passare dalla logica del riciclo a quella del riuso. È questo in estrema il significato della proposta di regolamento Ue sugli imballaggi di frutta, ortaggi e verdure. Una filosofia che in linea di principio vedrebbe tutti d’accordo (si ritornerebbe al passato e a tante sane vecchie abitudini che i babyboomer ricordano perfettamente), salvo poi scontrarsi con la reale possibilità di attuazione alla luce delle profonde modifiche intervenute negli ultimi decenni nel commercio al dettaglio e nella composizione dei nuclei familiari sempre più piccoli.

Ed è proprio per questo che molte delle maggiori associazioni di produttori agricoli singoli e associati e dei sindacati dei lavoratori agricoli, ovvero (in rigoroso ordine alfabetico) Ancc-Conad, Ancc-Coop, Cia, Coldiretti, Confapi, Fai-Cisl, Filiera Italia, Legacoop, Legacoop Agroalimentare, Legacoop Produzione&Servizi, Ue.Coop, e Uila-Uil, hanno lanciato un appello al presidente del Consiglio, ai ministri coinvolti direttamente, ai presidenti dei gruppi politici della Camera e Senato e ai capi delegazione al Parlamento europeo. Cosa chiedono? Che l’Italia si opponga all’attuale formulazione della nuova normativa europea sugli imballaggi. Normativa che, se approvata così come è stata proposta finora, provocherebbe effetti pesantemente negativi sulle filiere produttive nazionali e sui consumatori. Ma non solo. Gli effetti potrebbero addirittura opposti agli obiettivi di sostenibilità che dichiarano di voler perseguire le nuove disposizioni.

Dalla filosofia del riciclo a quella del riuso

La proposta di regolamento, affermano le associazioni firmatarie del documento, mette in discussione il riciclo dove l’Italia è leader e non tiene conto di soluzioni più sostenibili come le bioplastiche totalmente biodegradabili.

L’attuale presidenza spagnola del Consiglio europeo sta accelerando ulteriormente il negoziato cercando di far approvare un orientamento generale già al Consiglio Ambiente del 18 dicembre prossimo. Per questo, secondo il fronte italiano del no, si rende necessaria un’azione per fermare tale proposta che stravolge completamente la strategia finora utilizzata per la riduzione dei rifiuti di imballaggio passando dal principio del riciclo – che ha caratterizzato tale strategia negli ultimi anni – a quella del riuso. 

Il nostro Paese è diventato negli ultimi anni punto di riferimento globale nel materiale innovativo riciclabile ed ha già raggiunto in termini di riciclo obiettivi superiori alla stragrande maggioranza degli altri Paesi: il tasso di riciclo complessivo degli imballaggi in Italia ha raggiunto quota 73,3% nel 2021, superando l’obiettivo del 70% fissato per il 2030, collocando il nostro Paese al secondo posto in Europa per riciclo degli imballaggi pro-capite. 

Rimettere in discussione questo modello ormai consolidato, rischia di vanificare gli sforzi e gli obiettivi raggiunti finora, generando un impatto estremamente pervasivo che rischia di colpire oltre il 30% del Pil nazionale. Il danno, infatti, non sarebbe limitato alle sole aziende degli imballaggi, ma riguarderebbe a ritroso filiere fondamentali per il nostro Paese quali l’intero settore agroalimentare, dalla produzione, alla trasformazione e distribuzione, mettendo a rischio decine di migliaia di imprese e centinaia di migliaia di posti di lavoro. 

E poi, ci sono le abitudini consolidate di milioni di consumatori. Appare, quantomeno velleitario pensare di stravolgerle con un solo colpo di penna.

Spazzate via le bioplastiche compostabili e totalmente biodegradabili

La proposta avrebbe, inoltre, un impatto considerevole sul settore come delle bioplastiche compostabili e totalmente biodegradabili introducendo una serie di limitazioni d’uso, limitando di fatto l’innovazione negli imballaggi e non permettendo il ritorno degli ingenti investimenti fatti in innovazione e in bioraffinerie prime al mondo oggi in funzione, di cui l’Italia è leader attraverso società quali Eni Versalis – Novamont che, insieme ad altre partecipate pubbliche e campioni nazionali, aderiscono a Filiera Italia. Questi impianti sono un asset del nostro Paese e potrebbero invece permettere ad intere filiere di imballaggi di continuare a lavorare e ad innovare, potendo tra l’altro contare sulle migliori infrastrutture per il trattamento del rifiuto organico in Europa.

Messe in discussone le bioplastiche e i bioprodotti da fonti rinnovabili concepiti per la tutela del suolo e delle acque, attraverso la riconversione di siti industriali non più competitivi, nel rispetto delle specificità locali e in partnership con tutti gli attori della filiera. In questo campo l’Italia vanta una leadership che è ulteriormente confermata dal fatto che Cina e Stati Uniti stanno cercando di imitare tali prodotti e processi innovativi nella loro corsa agli sviluppi industriali del biomanufacturing.

A rischio gli standard di sicurezza e qualità alimentare

Preoccupazione anche per l’impatto negativo che avrebbe sul settore agroalimentare con riferimento al confezionamento dei prodotti. Si mettono a rischio gli attuali standard di sicurezza e qualità alimentare, ma anche la shelf-life dei prodotti stessi, con il conseguente rischio di aumento degli sprechi dovuto alla maggiore deperibilità degli alimenti venduti senza confezione. Un esempio indicativo è rappresentato dal divieto, che tale proposta introduce, di confezionamento di frutta e verdura in quantità inferiori ad 1,5 Kg, prescrizione che determinerebbe la definitiva scomparsa del settore della quarta gamma di cui l’Italia è leader mondiale. Altro esempio rappresentativo sarebbe l’obbligo di passare dal riciclo al riuso nel settore dell’Ho.re.ca. Immaginiamo la difficoltà di sostituire ad esempio, nel servizio d’asporto, le stoviglie monouso riciclabili con materiale in plastica da riutilizzare che ogni volta il consumatore dovrebbe restituire al ristorante di provenienza.

Un rimedio perfino peggiore del male

Insomma siamo di fronte al classico caso in cui il rimedio è peggiore del male. Anche nel senso dell’impronta carbonica e del consumo d’acqua. Secondo tutte le più recenti evidenze scientifiche, gli imballaggi riutilizzabili che la Commissione Ue vorrebbe imporre sono più impattanti del packaging monouso comportando un aumento del 180% di emissioni di CO2 e di circa il 240% in più di consumo d’acqua. 

“Tutto ciò genererebbe anche – concludono le Associazioni firmatarie – un ulteriore aumento dei costi di produzione per l’intera filiera agroalimentare, con pesanti ripercussioni sui prezzi pagati dai consumatori in un momento di grande difficoltà economica in cui abbiamo appena sottoscritto con il Governo il patto antiinflazione con obiettivi opposti”. Insomma, a pagare il conto, saranno sempre i consumatori.

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