Ismea chiede una cabina di regia per gli agrumi. Il Distretto: “Noi ci siamo”
L’agrumicoltura rappresenta il 5% del Pil agricolo del Mezzogiorno d’Italia. Dato che, a livello nazionale, diventa l’1,8%. In termini monetari il valore della produzione agrumicola italiana è stimato in 925 milioni di euro, che costituiscono circa il 2% del valore della produzione agricola del Belpaese. Più dell’80% della superficie nazionale investita ad agrumi si trova in due regioni: la Sicilia e la Calabria. L’agrumicoltura è pertanto un comparto strategico per queste regioni e, più in generale, per tutto l’agroalimentare del Meridione.
I dati sono contenuti nel rapporto sulla “Competitività della filiera agrumicola – aprile 2020” pubblicato nei giorni scorsi da Ismea e sono accompagnati da un’analisi approfondita che mette in luce l’attuale stato di cattiva salute dell’intera filiera agrumicola. I motivi? Volendoli riassumere, li possiamo identificare in tre fattori: la scarsa capacità delle imprese della fase agricola di trattenere il valore aggiunto prodotto lungo la filiera; il continuo ridimensionamento economico del comparto; le difficoltà a competere con i prodotti di provenienza non italiana, sia sul mercato interno che su quello estero.
Ma al di là di questi tre fattori, secondo i ricercatori di Ismea, c’è un problema ben più grosso che starebbe alla base di tutto: la mancanza di una cabina di regia, una struttura cioè nella quale convogliare le diverse figure della filiera, così da potere prendere decisioni condivise in tema di innovazione varietale, di rapporti con la Gdo e di internazionalizzazione.
Il Rapporto Ismea offre, quindi, una serie di spunti interessanti e delinea un panorama del comparto agrumicolo nazionale che fa riflettere e, per certi versi, anche preoccupare. Ne abbiamo parlato con Federica Argentati, presidente fin dalla nascita del Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia.

- Presidente Argentati, ma è davvero così critica la situazione dell’agrumicoltura nazionale?
«Il rapporto pubblicato da Ismea offre molti spunti di stringente attualità e di riflessione, dice chiaramente che servirebbe una cabina di regia di sistema e si dice della necessità di aggregazione, di cooperazione, di azioni condivise. Mi dispiace che non si faccia cenno a cosa già esiste, quantomeno in Sicilia: il Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia è nato ed è riconosciuto dalla Regione Siciliana proprio a questo scopo. Insomma, il Distretto c’è, ha esperienza e know-how importanti, anche se istituzionalmente lavora in ambito regionale. Siamo pronti a fare la nostra parte».
- In che maniera il Distretto da lei presieduto può contribuire a colmare le lacune individuate nel rapporto Ismea?
«Da sempre il Distretto promuove accordi di filiera, mette in campo progetti di ricerca che coinvolgono tutto il comparto, dal produttore al trasformatore, affronta quasi tutte le tematiche poste dal rapporto Ismea. In Sicilia il Distretto può benissimo fare da cabina di regia, magari con un rafforzamento della sua funzione a livello regionale concordata con l’Assessorato all’Agricoltura. Siamo pronti a far parte di un organismo di sistema di livello nazionale. D’altronde, il 58% dell’agrumicoltura italiana sta in Sicilia e abbiamo già più volte interloquito con Ministero e Governo per formare tavoli tecnici e concordare interventi di vario tipo. Su molti fronti indicati dal rapporto Ismea siamo già attivi. Il Piano di settore che indica Ismea, in Sicilia lo chiediamo da anni».
- Quali sono le figure della filiera agrumicola rappresentate nel Distretto?
«All’interno del Distretto ci sono molte aziende della filiera, cooperative, Op, consorzi, tutti i Consorzi di tutela delle produzioni di qualità siciliane (Dop, Igp e biologico), ci sono le associazioni di categoria, gli enti di ricerca e le università. Più sistema di questo…».
- Ma c’è da affrontare anche l’export e la promozione dei consumi…
«Il Distretto Agrumi ha attuato azioni di internazionalizzazione, ha spinto per rendere più facile l’export in Cina e prima del lockdown stava lavorando a una grande campagna di comunicazione con l’Ice proprio sul mercato cinese. In più abbiamo un progetto di internazionalizzazione che partirà il prossimo inverno verso i paesi europei; insistiamo e promuoviamo da sempre il consumo salutare degli agrumi freschi e trasformati. Abbiamo sostenuto la nascita di reti tra le imprese finalizzate all’export e abbiamo sostenuto la filiera in moltissime azioni considerate strategiche proprio dallo studio Ismea. Adesso stiamo lavorando, di concerto con i Consorzi di Tutela e le imprese per un progetto di comunicazione delle produzioni Dop, Igp e bio. Insomma, noi ci siamo. Abbiamo il know-how e l’esperienza. Se c’è da fare sistema e coordinare questa filiera il Distretto è pronto a fare la sua parte però le istituzioni devono anche comprendere che gli sforzi che si fanno sui territori vanno anche incentivati, quanto meno riconoscendone l’esistenza».
- Come può essere risolto la questione delle risorse idriche, che secondo il rapporto Ismea è uno dei principali problemi del comparto?
«Da un paio di anni abbiamo attivato progetti su questo fronte, anche con l’utilizzo delle tecnologie. Col progetto NCWR abbiamo installato, in via sperimentale, sensori negli agrumeti, con il Progetto A.C.Q.U.A. abbiamo fatto monitoraggi con i droni per misurare lo stress idrico delle piante, abbiamo intervistato centinaia di imprenditori per rilevare come utilizzano l’acqua, stiamo lavorando a un impianto pilota per ottimizzare i sistemi irrigui e i consumi in collaborazione con aziende, Università e Crea, ma non solo. Da anni ci occupiamo di progettualità condivisa, di formazione alla filiera, di valorizzazione territoriale anche attraverso il Turismo relazionale Integrato».
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