Dalla Salaparuta alla Monreale, piccole Doc alla riscossa
Piccola ma operosa e con tanta voglia di crescere e di farsi conoscere. Proprio per questo i vertici del Consorzio di Tutela della Doc Salaparuta nello scorso weekend hanno organizzato “Salaparuta – Wine & Jazz” dando appuntamento a winelovers ed esperti per raccontarne la storia e i progetti futuri in una due giorni in cui, tra degustazioni presso un villaggio gastronomico, cooking show, visite in cantina e scoperta del territorio, ci sono stati anche momenti di approfondimento e musicali.
La Doc Salaparuta, in provincia di Trapani, al centro della valle del Belìce (quella devastata dal terremoto del 1968) è nata nel 2006. Ha “sonnecchiato” per un po’: fino al 2011 solo 292 ettari erano stati rivendicati dai viticoltori e fino al 2012 ne erano stati certificati solo 200 ettolitri.
In otto anni la superficie è più che triplicata (adesso gli ettari sono 970), i viticoltori sono diventati 44 e il vino certificato è arrivato a 857 ettolitri. A farla da padrone il Nero d’Avola che occupa il 73,35% della produzione totale. Il resto viene lasciato al Catarratto (8,3%), al Grillo (5,8%), al Nero d’Avola riserva (4,4%), al Salaparuta Rosso (3,8%), al Sauvignon riserva (2,2%) e al Salaparuta Bianco (2%).

«Per valorizzare l’areale – ha detto Pietro Scalia, presidente del Consorzio di Tutela della Doc Salaparuta – il Consorzio ha scelto di preservare l’integrità e la qualità dell’intera filiera, tutelando la millenaria storia vitivinicola del territorio. Nel nostro disciplinare, infatti, è previsto che l’intera filiera di produzione, dalla vigna alla bottiglia, debba ricadere all’interno dei confini del nostro piccolo comune».

L’obiettivo primario, ha spiegato Scalia, è quello di arrivare a produrre almeno 500 mila bottiglie entro 10 anni, puntando tutto su Catarratto, Grillo e Nero d’Avola. I vini del Consorzio guardano soprattutto al Nord Europa: «Lavoriamo moltissimo con la Germania – ha concluso il presidente – l’Olanda, la Svizzera, oltre ovviamente all’Italia. Un buon 10%, inoltre, riesce a oltrepassare i confini dell’Europa».
A frenare gli entusiasmi però c’è ancora un vecchio contenzioso con la Corvo che da sempre (e da molto prima che venisse riconosciuta dal Doc per il paese trapanese) ha indicato in etichetta la dicitura “Duca di Salaparuta”.
In ogni caso pare che le Doc più piccole, sia nel senso della superficie che dei vitigni ammessi, comincino ad interessare molto i produttori in cerca di identità distintive.
Non a caso la Doc Monreale, istituita nel 2000, dopo che lo scorso anno ha deciso di ridurre ad un terzo i vitigni ammessi che sono passati da 12 a 4 (solo Catarratto, Insolia, Perricone e Syrah) ha trovato parecchio seguito tra alcune cantine ultrapremiate della zona: da Baglio di Pianetto a Feudo Disisa ad Alessandro di Camporeale.
