In dirittura d’arrivo la Dop per il cappero delle Isole Eolie
Dopo la Igp conquistata tanti anni fa da quello prodotto a Pantelleria, alla fine sarà Dop anche il cappero che si produce nell’arcipelago eoliano. La domanda di registrazione è stata pubblicata lo scorso 28 novembre sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea.
Non si chiamerà cappero di Salina Dop come avrebbero voluto i sindaci dei tre comuni che insistono sulla maggiore delle isole Eolie e dove in realtà si produce la maggior parte sia del ricercato bocciolo che del saporito frutticino (il cucuncio), ma più genericamente cappero delle Eolie Dop.
Clara Rametta, Riccardo Gullo e Domenico Arabia, primi cittadini di Malfa, Leni e Santa Marina Salina, sostenevano, infatti, che “se Dop deve essere, deve denominarsi cappero di Salina, così come è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, e non genericamente cappero delle Eolie”.
La loro contrarietà si basava sull’innegabile fatto che nell’isola di Salina si realizza la maggior parte della produzione dell’arcipelago e che il prodotto dell’isola più agricola dell’arcipelago godeva di una buona fama e reputazione perchè da diversi anni è un presidio Slow Food. Ma l’avere inserito nel disciplinare la facoltà di indicare in etichetta il nome dell’isola di produzione, alla fine ha messo tutti d’accordo e soddisfatto i più recalcitranti.
Adesso perchè il marchio Dop possa essere utilizzato e rivendicato dai produttori bisognerà aspettare ancora altri tre mesi che decorrono dal 28 novembre, data di pubblicazione della “domanda di registrazione” della nuova indicazione geografica sulla Guce. Durante questo periodo gli Stati membri possono presentare opposizione, ma considerato il tipo di prodotto, la circostanza appare da scartare.
Nell’intero arcipelago si producono in media dalle 600 alle 700 tonnellate di capperi che così come prevede il disciplinare vengono dopo il trattamento “al sale marino” o “in salamoia”. Attualmente il prezzo di vendita al dettaglio è di 15 euro al chilogrammo. La conquista della Igp potrebbe risvegliare l’interesse per questa coltura che negli ultimi decenni in molte zone dell’arcipelago ha subìto l’abbandono.
