Sarà davvero colpa di plastic e sugar tax se la Coca-Cola in Italia non farà più investimenti scegliendo di dirottarli, insieme a buona parte della produzione, in Albania? O le due nuove tasse decise dal governo italiano per scoraggiare l’uso della plastica che inquina e dello zucchero che crea dipendenza e fa male alla salute, costituiscono l’alibi più semplice per giustificare una decisione già presa da qualche tempo?
La seconda ipotesi sembra la più verosimile, soprattutto alla luce della forte contrazione dei consumi di bibite gasate e zuccherate in Italia. Nel Bel Paese il calo è stato drastico: – 25%. Un dato che ha fatto scendere l’Italia all’ultimo gradino in Europa per i consumi di queste bevande.
Non male per la salute degli italiani, se non fosse che questo andamento colpisce due categorie deboli: i lavoratori e gli agricoltori del Sud. I primi – 150 solo nello stabilimento Sibeg di Catania – vedono traballare il proprio posto di lavoro; i secondi, che con fatica negli anni scorsi sono riusciti a fare acquistare i succhi delle arance made in Sicily, potrebbero perdere un interessante sbocco di mercato per le produzioni locali di qualità.
L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi da Coldiretti: «Anziché tassare le bevande – ha suggerito Andrea Passanisi, presidente dell’associazione etnea – bisognerebbe aumentare il contenuto di frutta». Polemico Luca Busi, amministratore delegato di Sibeg, sulle nuove imposte introdotte con la legge di stabilità: «Queste tasse sono una condanna a morte per la nostra realtà, ma anche per tutte quelle pmi che alimentano la produttività del territorio siciliano come Tomarchio, Polara, S. Maria, Fontalba e Cavagrande. Con questi numeri non teniamo il mercato: purtroppo saremo costretti a depotenziare i nostri stabilimenti catanesi, spostando gran parte delle produzioni nei nostri impianti di Tirana, in Albania».
«Coca-Cola – ha ricordato ancora Busi – ha tanto investito sulla filiera agrumicola nostrana, sulle infrastrutture, sui progetti sociali, e nel 2018 ha distribuito e generato in Sicilia risorse per 48,2 milioni di euro pari allo 0,05% del Pil regionale ma oggi è costretta a fare inversione di marcia, rivedendo i piani di sviluppo. Questo vuol dire cancellare con un colpo di spugna il lavoro fatto fin qui, depauperando territori che sono già in sofferenza e mettendo a repentaglio la serenità di centinaia di lavoratori e delle rispettive famiglie».
Butta acqua sul fuoco Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia che, pur senza sottovalutare il problema, si augura che «governo e imprese possano confrontarsi e trovare un compromesso».
Ciò che serve di più in questo momento, insomma, è evitare allarmismi e prese di posizioni irremovibili. Del resto, anche quando era stata prospettata l’interruzione di approvvigionamento di succo italiano a favore di quello estero da parte di Coca-Cola, il presidente del Distretto Agrumi di Sicilia aveva dichiarato: «Sappiamo che l’azienda ha finora sempre creduto e investito nella filiera agrumicola siciliana, come testimoniano questi anni di intensa collaborazione reciproca. Auspichiamo quindi che il governo e i produttori di trasformati che acquistano agrumi siciliani freschi o semilavorati trovino un punto di incontro che non penalizzi la filiera agrumicola siciliana, le imprese e i lavoratori».
