Pac, sui soldi della transizione si apre la guerra tra Nord e Sud Italia

Pac, sui soldi della transizione si apre la guerra tra Nord e Sud Italia
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Pronti allo scippo. E pronti anche a non farsi scippare. È così che sui fondi europei destinati all’Italia per finanziare il prolungamento dei Piani di Sviluppo Regionali durante il biennio 2021-2022, la cosiddetta transizione, si è accesa la bagarre. Da una parte le regioni del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna in testa – decise a “papparsi” una bella fetta di finanziamenti, dall’altra quelle del Sud, con capofila la Sicilia, a difendere i criteri di ripartizione dei finanziamenti europei già adottati nel 2013. 

Cambiare le regole? Impossibile

Ma su che basi si fonda la contesa? Su un punto anzitutto: cambiare le regole del gioco nel corso di una partita già iniziata, quella del Psr appunto, che non è un nuovo programma ma è stato solo prolungato. È infatti quanto hanno proposto gli assessori delle regioni del Nord Italia nel corso dei lavori della Conferenza Stato-Regioni, chiedendo quindi che le somme aggiuntive assegnate all’Italia per il periodo della transizione venissero ripartite tra le regioni sulla base di soli tre parametri: popolazione, numero di aziende e fatturato. In questa eventualità gran parte delle somme, rispetto all’attuale Psr, prenderebbero la via del Nord. Un escamotage, insomma, per rastrellare più quattrini rispetto al passato. In ballo ci sono i 209 miliardi di euro attribuiti all’Italia, ovvero la fetta più importante dell’ammontare di 750 miliardi messo in campo dalla Ue per finanziare i Psr durante il biennio della transizione. 

Da Pac e Recovery Found gli stanziamenti aggiuntivi dei Psr

Le risorse aggiuntive dei Psr sono formate anche dalle risorse del Recovery Fund assegnate all’Italia per superare la crisi economica derivante dalla pandemia. Per quantificare tale stanziamento sono stati utilizzati anche criteri di debolezza socio-economici, ovvero popolazione, reddito pro-capite e tasso medio di disoccupazione negli ultimi cinque anni. In pratica senza il Sud e la Sicilia che, purtroppo, contribuiscono fortemente alla disparità di reddito (33 mila euro Centro-Nord contro 17 mila Sud e Isole) e al tasso di disoccupazione (7,6% Centro Nord contro il 17% del Sud e Isole), le assegnazioni all’Italia calcolate solo sulla base del criterio della popolazione si sarebbero fermate a 97,5 miliardi (contro i 209 assegnati).

Psr transizione
L’assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera

La posizione difesa dall’assessore regionale all’Agricoltura Edy Bandiera qualche giorno fa in Conferenza Stato-Regioni riunita “in sede politica”, oggi verrà ribadita dal dirigente generale del Dipartimento Agricoltura Dario Cartabellotta nello stesso consesso riunito, questa volta, in sede tecnica.

Semplice l’indicazione della Sicilia: “Alla luce della normativa comunitaria vigente, il modello di riparto già utilizzato nella prima parte della corrente programmazione (2014/20) deve estendersi per il biennio aggiuntivo (2020/21). I nuovi criteri di riparto, che dovranno riguardare tutta la nuova Pac (primo e secondo pilastro) decorrerranno dal 2023 quando l’Unione Europea avrà approvato i nuovi regolamenti”. Diversamente, per l’Italia la Ue aprirebbe una procedura d’infrazione per avere violato le regole europee. 

Per la suddivisione dei fondi aggiuntivi del biennio della transizione 2021-2022, probabilmente non sarebbe servito nemmeno scomodare la Conferenza Stato-Regioni. Bastava che il ministero applicasse matematicamente e senza alcuna modifica i criteri di ripartizione tra le regioni adottati sulla base dei regolamenti del 2013 dal n. 1306 al 1308 che hanno istituito l’attuale quadro della Pac. Se modifiche c’erano da fare, queste avrebbero dovuto riguardare il ritocco di qualche parametro (di quelli previsti dalla Commissione nel 2013). Circostanza che probabilmente avrebbe ulteriormente aumentato la quota da destinare alle regioni del Mezzogiorno, visto che la pandemia ne ha peggiorato le già disastrate condizioni socio-economiche.

A chi vanno le risorse del primo pilastro

Nessuno dice, poi, che quelle stesse regioni che pretendono oggi maggiori risorse per i loro Psr sottraendole alle regioni del Sud, sono già destinatarie delle maggiori quote dei finanziamenti Pac del primo pilastro. Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, infatti, con le percentuali rispettivamente del 13,1, del 10, dell’8,7 e dell’8,6 si pongono in cima alla classifica precedute solo dalla Puglia che assorbe il 13,4 per cento; mentre la Sicilia, per la cronaca, incide per il 7,8.

E infine vale la pena ricordare che lo “Sviluppo Rurale” è uno strumento agricolo, è vero, ma basato sulle politiche di coesione e pertanto ha lo scopo principale di mantenere la vitalità delle aree agricole e rurali per combattere lo spopolamento e passare dalla debolezza strutturale e marginalità alla significatività economica. Un’impostazione che in futuro non cambierà radicalmente, ma si adeguerà alle mutate condizioni socio-economiche e alle nuove priorità che sono emerse negli ultimi anni. Così si continuerà a destinare risorse nelle regioni che devono recuperare i ritardi di sviluppo e concentrare i fondi sugli Stati meno sviluppati rafforzando anche il sostegno alle regioni in transizione industriale.

I criteri per la ripartizione futura dei fondi Pac

Sarà ancora il criterio del Pil pro capite la base prevalente di riferimento (peserà per l’81%), ma vengono aggiunti tre nuovi parametri: il mercato del lavoro che vale il 15%, i cambiamenti climatici che pesano per l’1%, il fenomeno migranti che vale il 3% (valore che l’Italia considera troppo basso). Ma attenzione: si tratta dell’immigrazione netta di cittadini non comunitari, in cui non vengono conteggiano, quindi, i migranti che non avrebbero diritto allo status di rifugiati. E che, inutile dirlo, in Italia sono la prevalenza.

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