Tanto rumore per nulla. E un procurato allarme che ha coinvolto gran parte della viticoltura pugliese, mettendola contro quella siciliana. Un’aspra quanto inutile polemica, è scoppiata in questi giorni sul Primitivo, il vitigno autoctono tipico della Puglia, la cui coltivazione è stata consentita in Sicilia la scorsa estate, con un decreto a firma del dirigente generale Dario Cartabellotta. «Con il decreto, assolutamente legittimo, – spiega l’assessore regionale all’agricoltura, Edy Bandiera – insieme al Primitivo, si autorizza, anche qualche antico vitigno autoctono siciliano, che rientra tra le cultivar definite reliquie, per il fatto che ne sono presenti pochissimi esemplari».
I pugliesi contro la decisione della Regione Sicilia
Ma contro la decisione di autorizzare la coltivazione del Primitivo in Sicilia, si sono levati gli scudi di molte associazioni e Consorzi pugliesi, legati al mondo del vino. A protestare si sono ritrovati in molti: Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria Doc e Docg, Consorzio del Salice Salentino doc, Consorzio del Primitivo di Gioia del Colle Doc, Consorzio di Brindisi e Squinzano Doc, Consorzio dei vini Doc e Docg Castel del Monte, la delegazione pugliese dell’associazione “Le Donne del Vino”, il Consorzio Movimento Turismo del Vino Puglia, Assoenologi di Puglia Basilicata e Calabria, Cia- Agricoltori Italiani Puglia e Confagricoltura Puglia. Uniti, hanno diffuso una nota in cui si afferma che “la decisione della giunta della Regione Sicilia, con cui si autorizza la coltivazione della varietà Primitivo sull’intero territorio regionale siciliano, crea un pericoloso precedente amministrativo”. Secondo consorzi e associazioni pugliesi, “l’autorizzazione all’impianto e alla produzione di Primitivo in Sicilia è da considerarsi un abuso e per noi è quindi un provvedimento inammissibile”. E poi l’affondo: “Questa decisione offende la nostra storia: il Primitivo è un vitigno pugliese, espressione coerente del nostro territorio e delle nostre tradizioni vitivinicole”. Insomma, secondo i pugliesi il vitigno in questione si potrebbe coltivare solo nella loro regione.
L’assessore difende la scelta
Non è dello stesso avviso l’assessore Bandiera, per il quale quello lanciato dal gruppo di operatori vinicoli altro non è che il risultato di un “procurato allarme” originato da Dario Stefàno, ex assessore pugliese all’agricoltura e oggi parlamentare Pd, il quale con abbondante ritardo si sarebbe accorto del provvedimento di autorizzazione alla coltivazione del “Primitivo” in Sicilia, emesso dal Dipartimento regionale Agricoltura lo scorso agosto.
Il ministro dirime la polemica
Il ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, pur dando assicurazioni sul fatto che la denominazione “Primitivo” non potrà andare sulle etichette dei vini siciliani, ha in buona sostanza bacchettato l’ex assessore regionale pugliese rispondendo ad una sua specifica interrogazione. Anzi, lo ha invitato a studiare e a documentarsi: «La legislazione europea e i corrispondenti decreti nazionali, come sa chi li conosce – ha risposto in Aula il ministro Bellanova – proteggono i riferimenti territoriali, le cosiddette indicazioni geografiche, ma non creano la protezione giuridica delle varietà né impediscono che quelle uve possano essere coltivate anche altrove». E ha aggiunto: «Purtroppo questa è un’epoca in cui nessuno più studia o semplicemente si documenta ed è ben triste una politica che cavalca qualsiasi cosa pur di guadagnare un po’ di visibilità, ingenerando confusione e peraltro legittimando aspettative di tutti i generi. Eppure, anche sul sito ufficiale del Ministero è possibile reperire tutte le indicazioni necessarie proprio sulle Indicazioni geografiche che rappresentano un’eccellenza indiscussa della nostra filiera alimentare e il legame inscindibile tra territori e eccellenze produttive, soprattutto nel caso del vini e delle oltre 500 cultivar che fanno del nostro Paese un unicuum».
La chiarezza delle norme
A bacchettare ancor di più il deputato Stefàno, ci pensa l’assessore Bandiera: «La poca conoscenza della materia da parte di qualcuno e le diatribe politiche tra il parlamentare pugliese del Pd Dario Stefàno e la ministra Bellanova non generino confusione e non mettano in discussione la serietà del mondo vitivinicolo siciliano, così come la correttezza degli atti prodotti dalla Regione Siciliana».
Lo stesso ministro, dice ancora Bandiera, ha detto chiaramente che «nessuna produzione siciliana si chiamerà “Primitivo”, come nessuna produzione pugliese si chiamerà mai “Nero d’Avola”, nonostante il Primitivo oggi può coltivarsi in Sicilia, così come il Nero d’Avola può essere coltivato in Puglia».
E gli esempi si possono fare anche sul piano internazionale: «Nessuna regione francese – aggiunge ironicamente Bandiera – si è mai lamentata del fatto che il Cabernet Sauvignon venga coltivato in tutto il mondo e non soltanto in Francia. Altra faccenda è invece l’utilizzo del termine “Primitivo” che è una denominazione d’origine, disciplinata dai regolamenti europei, e che nessuno intende violare».
Le sperimentazioni dell’Irvo
Ma come mai s’è deciso di autorizzare la coltivazione di Primitivo in Sicilia? Il tutto è nato dalla sperimentazione pluriennale sulla coltivazione e la vinificazione del Primitivo nell’Isola, fatta dall’Istituto regionale Vino e Olio, con un progetto finanziato negli anni ’90 dallo stesso Ministero. Dai risultati incoraggianti ottenuti dalla sperimentazione, è scaturita la decisione di autorizzarne la coltivazione con il decreto dell’agosto scorso. «I vitigni e la immensa biodiversità del patrimonio varietale italiano – conclude l’assessore Bandiera – sono patrimonio di tutto il mondo enologico. Proprio le contaminazioni e le combinazioni tra questi, insieme alla ricerca, hanno fatto sì nei decenni che il vino italiano si sia affermato nel mondo, quale prodotto di straordinaria eccellenza ed emblema del made in Italy».
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