Dal prossimo settembre, Agea ha imposto che tutti gli operatori dei Caa (centri di assistenza agricola) e tutti coloro che possono accedere ai sistemi informativi dell’Agenzia, debbano essere lavoratori dipendenti dei Caa stessi o delle società con esso convenzionate (cioè le società di servizio, tipicamente dei sindacati agricoli). Questa disposizione avrà come effetto immediato la chiusura e la messa in liquidazione dei Caa dei liberi professionisti e, contemporaneamente, l’interruzione dei rapporti lavorativi dei professionisti che collaborano con i centri di assistenza. Un provvedimento che – è scritto in un comunicato stampa del Collegio nazionale degli agrotecnici – provocherà “la chiusura di centinaia di studi professionali ed il depauperamento del reddito di un numero assai più elevato di liberi professionisti”.
«Va ricordato che Agea è un ente pubblico – dice Roberto Orlandi, presidente nazionale del Collegio degli agrotecnici (nella foto di copertina) –, ed è quindi tenuto ad operare secondo principi di imparzialità, trasparenza ed efficacia, garantendo un adeguato livello di servizio e la massima concorrenza fra i Caa. Qui invece siamo in presenza di un fatto inaudito: un ente pubblico che cerca di imporre un dumping nel settore dei Caa, escludendo, con una clausola illegittima, i soggetti più capaci e preparati dal settore dei servizi tecnici alle aziende agricole, contemporaneamente favorendo i soggetti oggettivamente meno preparati. Sia chiaro, non glielo permetteremo». «Mi sono anche chiesto – prosegue Orlandi – se non fossimo di fronte ad un errore in buona fede, per quanto clamoroso. E ho perciò chiesto da oltre un mese un incontro con il Direttore di Agea, Gabriele Papa Pagliardini, senza però ottenerlo, e già questo mi pare eloquente. Adesso chiederemo alla politica di intervenire».
Come è noto, Agea è il principale soggetto erogatore di contributi pubblici al sistema delle imprese agricole, coordina l’attività degli Opr, gli organismi pagatori regionali, e rappresenta l’Italia nei rapporti con l’Ue. Per i suoi compiti Agea si avvale, fra l’altro, dei Caa, presso i quali le imprese agricole debbono necessariamente recarsi per presentare le domande di ammissione ai contributi pubblici. A loro volta, i Caa devono sottoscrivere ogni anno con Agea una convenzione che ne regola i rapporti: senza questa convenzione un Caa non può operare.
E allora, che cosa è accaduto? È accaduto che Agea, al momento di proporre ai Caa (peraltro con ritardo, ad anno ampiamente iniziato) la convenzione 2020, ha imposto che a partire dal prossimo settembre tutti gli operatori dei centri debbano essere lavoratori dipendenti dei Caa.
Dura e immediata la reazione dei Collegio degli agrotecnici: “Si tratta di una aggressione ai liberi professionisti del settore agricolo che non ha precedenti nella storia italiana”. “Che la pretesa di Agea sia all’evidenza illegittima – prosegue il comunicato – è confermato anche dal fatto che cozza contro l’art. 4 della Costituzione, che tutela il diritto al lavoro. Dunque, se una persona ha scelto di rendere la propria attività come libero professionista, nel rispetto della legge, non può essere impedito nella propria realizzazione personale e lavorativa”.
Ma non è tutto. “La pretesa di Agea – si osserva nel comunicato – si pone in conflitto con le stesse norme che regolano il funzionamento dell’Agenzia. L’art. 7 del Dm 27 marzo 2008 relativo alla Riforma dei Centri Autorizzati di Assistenza Agricola, infatti, nell’indicare i requisiti che un Caa deve possedere, prevede che debba: ...essere garantita la presenza di un numero di dipendenti o collaboratori tale da assicurare la correntezza dei rapporti con gli organismi pagatori e con le altre pubbliche amministrazioni. Per l’esercizio delle proprie attività il Caa e le società di cui esso si avvale devono operare attraverso dipendenti o collaboratori con comprovata esperienza ed affidabilità nella prestazione di attività di consulenza in materia agricola e per i quali adempiano agli obblighi di natura lavoristica, fiscale, previdenziale, assistenziale ed assicurativa”.
Dunque, quello che il decreto ministeriale consente a un Caa – ovvero di organizzare la propria attività valendosi, alternativamente o congiuntamente, di dipendenti oppure di collaboratori – Agea di fatto disconosce. Il timore espresso dal Collegio degli agrotecnici è che l’obbligo di operare esclusivamente a mezzo di dipendenti “non solo avrà come immediato effetto quello di imporre la chiusura dei Caa dei professionisti ma, ancor di più, agli stessi professionisti di cessare ogni attività al riguardo (anche di collaborazione con le organizzazioni sindacali di settore), rappresentando contemporaneamente un indebito vantaggio per i restanti Caa, quelli che fanno capo alle organizzazioni sindacali e professionali agricole, che utilizzano personale dipendente, potendo infatti svolgere contemporaneamente, negli stessi uffici, attività di Caa e di Caf, in disparte quelle sindacali e di patronato”.
Sulla vicenda, insieme agli agrotecnici, prende posizione anche il primo Caa d’Italia costituito da liberi professionisti. Nella lettera inviata al premier Conte, ai ministri dell’Agricoltura Teresa Bellanova, del Lavoro Nunzia Catalfo e al direttore di Agea Gabriele Papa Pagliardini, firmata da Lorenzo Benanti e Massimiliano Ricci – rispettivamente direttore e presidente del Caa liberi professionisti Srl – c’è la vibrata protesta contro la decisione di Agea di escluderli di fatto dalla possibilità di svolgere consulenza alle imprese agricole.
