Nella vicenda che vede protagonisti gruppo Lidl e Antitrust c’è un po’ di tutto, quasi si trattasse di una di quelle soap opera tanto amate dagli americani. C’è l’arroganza commerciale di un gruppo tedesco leader di mercato, presente in numerosi paesi europei, con fatturato a tanti zeri e strategie di marketing diffuse e penetranti. C’è un organismo che, almeno sulla carta, dovrebbe difendere i consumatori dai soprusi di chi detiene le chiavi del potere commerciale. Ci sono le aziende produttrici di pasta che recitano il mea culpa, come scolaretti sorpresi a scambiare le figurine dei calciatori durante le ore di lezione.
E infine, come in un giallo scritto male, ci sono le vere vittime di questa autentica telenovela: i produttori italiani di grano duro – che, molto spesso, vedono la loro merce finire nei silos di industrie molitorie e pastifici insieme a grano di altra non meglio specificata provenienza – e, soprattutto, i consumatori, quasi sempre ignari delle politiche commerciali che stanno dietro alla vendita di prodotti di largo consumo come la pasta.
Ma andiamo con ordine. L’Agcm commina a Lidl Italia una multa di un milione di euro. È tanto? Spiega l’Authority: l’entità della multa è calcolata tenendo conto della “dimensione economica del professionista, Lidl Italia srl” che “rappresenta la più importante catena italiana di discount”, con un fatturato che tra febbraio 2018 e febbraio 2019 è stato di 4,7 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente.
Basterà questo a scoraggiare il colosso della Gdo targata Merkel da futuri comportamenti commerciali non corretti? Forse, ma non ne siamo del tutto certi. Colpisce infatti la noncuranza – quasi fosse un savoir faire tutto teutonico – con cui Lidl ha reagito agli ultimatum dell’Agcm e la serenità con cui, in un secondo tempo, ha accolto la sanzione. Probabilmente, nell’ottica del gruppo tedesco, potersi avvalere dei marchi di pasta “Italiamo” e “Combino”, con tanto di tricolore e rimandi all’italianità nonostante l’uso prolungato di grano duro estero, vale molto più di un milione di euro.
L’Authority, dal canto suo, sembra essersi risvegliata solo adesso da un lungo sonno. Per l’occasione s’è presa il plauso delle organizzazioni dei consumatori, le quali però sembrano dimenticarsi che un organismo come l’Agcm dovrebbe essere un po’ più presente di fronte alle centinaia di tentativi di spacciare come italiani prodotti di dubbia qualità e provenienza.
E che dire della tirata d’orecchie fatta ad altri noti marchi di pasta italiana? De Cecco, Cocco, Divella ma anche la Margherita (già francese Auchan) hanno assicurato che correggeranno le etichette, così da informare compiutamente i consumatori. Tutto a posto, quindi? Se la vogliamo dire in termini calcistici, si tratta di un cartellino giallo che non porta all’espulsione, è vero, ma non per questo cancella la scorrettezza. Ma nella patria del “volemose bene” è tutto ok anche così…
Infine qualche domanda: ma chi li ripaga gli onesti produttori italiani di grano duro che tra prodotto estero sempre più invasivo, tra le “furbate” di marketing di pastifici e gruppi commerciali e tra i prezzi di vendita ormai ridotti all’osso, vedono ogni anno messa a rischio la loro attività? Basterà qualche intervento qua e là dell’Authority? E quando tra glifosate e sconosciute tecniche di produzione, i consumatori dovranno fare i conti con la propria salute, ci penserà l’Agcm a darci le medicine? Diceva Renzo Arbore in un vecchio tormentone: “Meditate gente, meditate”.
