I produttori di canapa industriale ci avevano sperato. L’approvazione a Roma della manovra economica poteva essere il momento adatto per uscire da un clima di caccia alle streghe e da un impasse legislativo che fa perdere gran parte del valore a una coltura agricola che negli ultimi tempi è in grande “spolvero”.
E invece, alla fine, sono rimasti tutti delusi, a partire dalle associazioni degli agricoltori – Confagricoltura, Cia e Coldiretti – che non hanno risparmiato critiche alla decisione della presidente del Senato, Elisabetta Casellati, di non ammettere, nel maxi-emendamento depositato dal Governo, la norma proposta dei senatori Francesco Mollame e Matteo Mantero che avrebbe permesso di colmare un vuoto normativo.
La proposta salva-infiorescenze
Ma di che si tratta esattamente, visto che sull’argomento regna ancora molta confusione? La spiegazione, in realtà, è abbastanza semplice: con la norma proposta dai due parlamentari pentastellati si sarebbe legalizzato l’utilizzo di tutte le parti della pianta utilizzate per attività industriali e manifatturiere, con indicazione certa e definitiva del limite di Thc allo 0,5%. Una precisazione necessaria a termine di legge, dopo che lo scorso 10 luglio le sezioni unite penali della Cassazione avevano bollato come “illecite” la “cessione, la messa in vendita e la commercializzazione al pubblico a qualsiasi titolo” di “foglie, infiorescenze, olio e resina” derivati dalla coltivazione della cannabis light e che per queste parti o sostanze tratte dalla cannabis sativa non valeva, dunque, la legge del 2016 che regolamenta tuttora la coltivazione della canapa.
Per la Cassazione lecita, invece, la coltivazione domestica della marijuana
La stessa Cassazione appena un paio di giorni fa si è pronunciata ancora una volta in materia di canapa – questa volta la indica e non la sativa – manifestando un’inattesa apertura e sentenziando che “non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica”. “Attività di coltivazione che – secondo quanto deciso dai giudici – per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.
Produttori e trasformatori delusi
Alla luce di questa sentenza appare più cocente la delusione di Sergio Martines, ceo di Canapar Corp., che attendeva con ansia l’approvazione di una norma chiarificatrice. «Abbiamo pendente un nuovo importantissimo investimento di 20 milioni di dollari canadesi, pari a circa 14 milioni di euro – afferma il ceo di Canapar – ancora fermo e in attesa che il quadro legislativo sia chiaro e definitivo. Questo porterebbe con sé nuovi posti di lavoro, oltre a quelli già generati in questo ultimo anno, e nuova ricchezza per il tessuto economico italiano».
Adesso, persa l’occasione della legge di bilancio, Cia-Agricoltori Italiani chiede al Parlamento di fare chiarezza sulla canapa, definita, non a torto, il nuovo “oro verde” dell’agricoltura. La sua coltivazione in Italia nell’ultimo triennio ha visto un vero boom. La superficie dedicata è passata dai 950 ettari agli oltre 3.000 attuali (+200%), con il coinvolgimento di centinaia di aziende agricole e di numerosi giovani imprenditori. L’Italia fino al 1940 era il secondo paese al mondo per ettari coltivati (110.000), dietro solo alla vecchia Unione Sovietica. Poi, con l’avvento del nylon e delle fibre sintetiche derivate dal petrolio, la canapa è in pratica scomparsa dalle campagne italiane.
La canapa e la green economy
Dopo l’approvazione della legge 242 del 2016, gli agricoltori hanno riscoperto questa coltura che, tra oltre a contribuire a ridurre il consumo di suolo, diserbare i terreni e bonificarli dai metalli, allo stesso tempo fornisce una produzione molto versatile grazie ai suoi tanti impieghi. «Non è un caso che alla coltivazione della canapa – sottolinea Paolo Guarnaccia, docente del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania – si associano importanti ricadute sulla sostenibilità dei sistemi colturali meridionali, sia erbacei che orticoli. La canapa, infatti, è una coltura miglioratrice dai molteplici utilizzi: è in grado di produrre benefici sia agronomici che ambientali e di rigenerare l’economia rurale attraverso la valorizzazione, oltre che delle infiorescenze per l’industria cosmetica e farmaceutica, anche delle altre parti della pianta, semi e steli, per l’attivazione della filiera alimentare (olio e farina), dei biomateriali per l’edilizia, delle bioplastiche e della produzione di carta».
Con la canapa vengono prodotti pasta, pane e farina che non contengono glutine. Ma anche prodotti cosmetici, detersivi, tinte e colori, solventi e inchiostri e, infine, un olio ricco di Omega 3, importante per gli integratori alimentari per via dell’alto potere antiossidante.
Rimane però per gli agricoltori il paradosso di potere coltivare la canapa con il limite di Thc da 0,2% a 0,6%, senza poterne commercializzare il fiore a causa dell’assenza di una norma legislativa che fissi i limiti di questo alcaloide. Perfino l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha invitato l’Onu ad escludere espressamente dal novero delle sostanze stupefacenti cannabis e derivati con basso tenore di Thc.
Rigore sì, ma per gli stupefacenti
«Occorre distinguere e discernere – osserva Giovanni Selvaggi, presidente di Confagricoltura Catania – la legislazione in materia di contrasto agli stupefacenti, che certamente deve essere rigida e rigorosa, dalla regolamentazione di un settore, come quello della canapa industriale e della cannabis light, che è ben altra cosa».
«La produzione di canapa industriale – aggiunge Selvaggi – rappresenta un settore ormai vasto e che produce lavoro e ricchezza per l’intero comparto agricolo nazionale, in particolar modo meridionale. Si tratta di un comparto fiore all’occhiello della green economy e che vede già coltivati più di 1000 ettari tra Sicilia, Campania e Puglia. Per questa ragione è fondamentale che Parlamento e governo nazionale indichino, in maniera chiara, quale direzione si vuole prendere. Non possiamo permettere che un settore così florido e in espansione possa essere danneggiato dalla mancanza di chiarezza. Auspico che si possa addivenire a una regolamentazione aperta e condivisa in tempi rapidi».
