Studio dell’Università del Maryland: sarà il caldo a liberarci dal Coronavirus

Studio dell’Università del Maryland: sarà il caldo a liberarci dal Coronavirus
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Se un insegnamento si deve prendere da tutta questa imprevedibile vicenda della pandemia Coronavirus, è che i temi legati all’ambiente e all’equilibrio globale non possono essere solo tematiche politiche da affrontare con teorie precostituite ma devono diventare elementi scientifici in grado di definire il futuro del pianeta sul quale vivranno i nostri figli. Non è un caso che per leggere l’origine e lo sviluppo del Covid-19 i ricercatori dell’Università del Maryland, negli Stati Uniti, abbiano spostato l’attenzione su alcuni parametri legati alla situazione atmosferica delle diverse aree dove il virus ha proliferato: latitudine, temperatura, umidità.

Sta prendendo piede, infatti, l’ipotesi che il Covid-19 possa seguire un modello stagionale simile ad altri virus respiratori, come l’influenza stagionale. E che il nuovo Coronavirus, in sostanza, avrebbe una maggiore facilità di circolazione solo a determinate latitudini, ovvero in quelle aree comprese in una latitudine tra 30° e 50° Nord. Se così fosse, con l’arrivo della bella stagione e con l’aumento delle temperature, probabilmente avremmo un calo dei contagi e sarebbe possibile isolare definitivamente il virus. 

I ricercatori dell’Istituto di virologia umana dell’Università del Maryland hanno eseguito un’analisi sui dati di modellazione meteorologica nei Paesi in cui il virus ha preso piede e si è maggiormente diffuso all’interno della comunità. In un nuovo articolo pubblicato sul sito open access Social Science Research Network (Ssrn) spiegano che tutte le città che manifestano focolai significativi hanno climi invernali molto simili, con una temperatura media dagli 8 agli 11 gradi (41 a 52 gradi Fahrenheit), un livello di umidità medio dal 47 al 79% e una ristretta distribuzione est-ovest lungo la stessa latitudine di 30-50°. Ciò include Cina, Corea del Sud, Giappone, Iran, Italia settentrionale, Seattle e California del Nord. E nelle aree in cui il virus si è già diffuso all’interno della comunità, come Wuhan, Tokyo e Milano – hanno anche notato gli studiosi – le temperature non sono mai scese al di sotto del limite di congelamento.

Inoltre, come hanno fatto notare molti studiosi in queste settimane, alcuni paesi vicini alla Cina non stanno subendo il contagio in maniera così massiva come avviene in Lombardia. Qualche esempio: a Bangkok, Thailandia, meno di 100 casi. Circa 50 sono quelli in Vietnam, una decina in Cambogia. Tutti paesi in cui l’igiene, inoltre, non è proprio ai massimi livelli. E sono paesi che in questi mesi stanno raggiungendo temperature oltre i 30 gradi. Questo, dunque, confermerebbe l’ipotesi avanzato dallo studio, ovvero che il Coronavirus si propagherebbe con più efficienza in determinate condizioni climatiche. 

Invece nel periodo tra gennaio e febbraio in cui c’è stata la massima evoluzione, a Wuhan la temperatura media era di 6,8, a Seoul di 7,9, a Teheran tra 7 e 15, a Piacenza di 8-10, a Milano 6-9. Secondo alcuni scienziati questo dipenderebbe proprio dal diverso clima e dalle diverse temperature di questi paese. 

«Sulla base di ciò che abbiamo documentato finora, sembra che il virus abbia difficoltà a diffondersi tra le persone in climi tropicali più caldi», ha spiegato il leader dello studio Mohammad Sajadi, professore associato di Medicina presso l’Institute of Human Virology. «Ciò suggerisce che, una volta che le temperature medie superano i 54 gradi Fahrenheit (12 gradi Celsius), il virus può essere più difficile da trasmettere, ma questa è ancora un’ipotesi che richiede più dati per essere verificata». «Questo studio – ha commentato il decano dell’ateneo di Baltimora, Albert Reece – solleva alcune teorie provocatorie che, se corrette, potrebbero essere utili per aiutare le strategie di salute pubblica».

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